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La difficile sfida della genitorialità

di Dott.ssa Valentina Bosco

    “La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità.”

    Massimo Recalcati

È opinione  comune pensare che un padre e una madre quando mettono al mondo un figlio siano “inesperti” del modo in cui allevarlo, nutrirlo ed educarlo. Se da un punto di vista meramente pratico (es: nutrirlo nei suoi bisogni fisiologici) potrebbe sembrare così, in realtà ogni madre e ogni padre quando concepisce un figlio ha già in sé una certa idea di educazione, aspettative e speranze. Un figlio, prima ancora di nascere, in realtà viene già concepito nella mente dei genitori; ed è proprio che nella dimensione mentale che prendono forma l’ideale del figlio, i sogni su di lui, le caratteristiche di personalità. Per certi versi “la principessa” o “il principino” che si attende altro non sono che l’espressione del “figlio” che i genitori stessi avrebbero voluto essere, e non solo.

Ogni padre e ogni madre, in realtà portano dentro di sé sia “l’immagine dei loro stessi genitori” e “l’immagine dei genitori che avrebbero voluto avere”. Non è raro, difatti, ascoltare genitori che affermano che “con i loro figli non si comporterebbero mai come hanno fatto i genitori con loro”. Se, ad esempio, hanno avuto genitori “troppo severi” tendono ad essere “troppo accomodanti” con i loro figli. Come si può ben intuire quando nasce un bambino si verifica un gioco complesso di identificazioni incrociate (figlio e bambino ideale, genitori reali-genitori ideali) su cui prendono avvio certi atteggiamenti, valori e stili educativi. L’incontro con la “realtà” del proprio figlio rende possibile la “nascita” della parte “autentica” e del “proprio modo di essere genitori ed educatori”.

La possibilità di “vedere” nel proprio figlio ciò che non è dato per scontato o “concepito nel nostro mentale” permette ad ogni genitori di trovare una propria modalità educativa. Con ciò voglio dire che per quanto possa essere “rassicurante” o “giusto” educare il proprio figlio replicando gli stili educativi dei propri genitori, in realtà non è la strada che ci assicura il successo della loro crescita. Ogni figlio è “unico” e “irripetibile” e pertanto ha dei bisogni suoi che vanno letti e interpretati.

Ad un figlio non bisogna dire “si” o “no” a prescindere, ma optare sulla base del “suo bisogno” cosa sia meglio o meno per lui, cosa sia giusto o no vietare. E’ opportuno che ogni genitore bilanci sia il “livello di controllo” (pressioni esercitate dei genitori per stimolare comportamenti socialmente adeguati nei figli) sia il “livello di supporto” (sostegno, vicinanza emotiva e alla disponibilità a soddisfare i bisogni dei figli). Attuare uno stile totalmente “controllante e autoritario” nei confronti dei propri figli significa non aiutarlo a identificare alternative, a valutare le conseguenze delle sue azioni e ad autoregolarsi. Imporre senza spiegazioni la regola non permette a chi deve obbedirla di comprenderla e dunque di conseguenza non aiuta a comprendere il motivo o la causa dei propri errori.

Al contrario, un genitore che offre esclusivamente “supporto e vicinanza emotiva”, senza regole e controllo può danneggiare ugualmente il proprio figlio in quanto cresce con una confusione di confini e ruoli, e con una mancanza di autodisciplina (essere senza limiti). E’ auspicabile che ogni genitore renda chiara e comprensibile la regola e al tempo stesso la possa adattare, attraverso un dialogo, alle esigenze e ai bisogni del proprio figlio. A ciò va precisato che lo stesso equilibrio dovrebbe rintracciarsi nei ruoli che adottano il padre e la madre, evitando l’identificazione del genitore “buono” e di quello “cattivo”.

Dott.ssa Valentina Bosco, psicologa-psicoterapeuta

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